

181. La guerra civile nella ex Iugoslavia: il mondo guarda e si
volta dall'altra parte.

Da: C. Augias, Le mille ferite di Sarajevo, in la Repubblica, 6
gennaio 1994.

La guerra civile nell'ex Iugoslavia rappresenta uno degli eventi
pi tragici degli anni Novanta; ci nonostante essa ha avuto un
impatto sull'opinione pubblica minore di quello prodotto da altri
conflitti verificatisi negli ultimi decenni del ventesimo secolo.
Le cause di tale indifferenza, secondo il giornalista italiano
Corrado Augias, sono molteplici, e tutte legate ad aspetti
emblematici della realt contemporanea. Sullo sfondo ci sono gli
interessi economici e politici delle potenze europee e dei paesi
musulmani; determinanti sono per anche la complicazione,
l'intrico geografico e il groviglio delle rivendicazioni avanzate
dalle varie parti in causa, che rendono difficile individuare
chiaramente gli schieramenti e i reali motivi della carneficina:
la civilt della tv vuole divisioni nette, pretende che le
squadre in campo siano al massimo due e che indossino maglie
riconoscibili; le pur note atrocit e il tanto sangue sparso non
sono sufficienti a commuovere il mondo, bisogna che quel sangue
grondi da una ferita riconoscibile perch la famosa opinione
pubblica - a cominciare dai media - si decida a muoversi.


Appena si mette piede a Sarajevo, bisogna trovare il coraggio di
rispondere a questa domanda: perch di questa guerra importa cos
poco, in giro per il mondo? Tanto pi che gli elementi capaci di
smuovere grandi emozioni collettive, alimentare le immagini di
toccanti rportage televisivi e riempire i taccuini dei cronisti,
ci sarebbero apparentemente tutti, sotto gli occhi di tutti: le
vittime innocenti, le donne stuprate, le case distrutte, le ardue
condizioni climatiche e logistiche.
Invece a quella risposta si arriva lentamente e solo dopo aver
capito che il sangue e le sofferenze ormai non bastano pi a
commuovere, da sole, il mondo. Bisogna che quel sangue grondi da
una ferita riconoscibile perch la famosa opinione pubblica - a
cominciare dai media - si decida a muoversi.
All'ospedale civile del quartiere di Kosevo il tetto di uno dei
padiglioni  stato sfondato due giorni fa da una granata serba. In
un corridoio sono stati accumulati letti pieni di calcinacci che
si sono subito intrisi del sangue delle lenzuola. Le testate sono
contorte dall'esplosione. Gli ammalati, i feriti, molti bambini,
si aggirano con lo sguardo assente rimuginando pensieri che solo
loro conoscono. Quando faccio per entrare, un'infermiera che
obbedisce a regole di profilassi dettate per condizioni diverse da
queste, mi fa segno che devo indossare uno dei camici verdolini
che pendono da un attaccapanni. Sono indumenti logori e sporchi,
non porter certo meno germi all'interno, mettendone addosso uno.
Anzi,  ragionevole pensare che la giacca con la quale sono venuto
da Roma sia pi sterile di uno di quei camici. L'infermiera mi
sorride, ed entro senza camice. Probabilmente ci siamo resi conto
tutti e due dell'assurdit della cosa. Cito un episodio banale
rispetto all'orrore di altri reparti dell'ospedale perch in quel
timido tentativo di far rispettare una regola astratta si nasconde
uno degli elementi della risposta. A Sarajevo molti fanno finta
che le cose siano quasi normali, nascondono la disperazione o
perch ci sono abituati e non la vedono pi, o perch se ne
vergognano.
L'autista che m'accompagna e che corre come un pazzo sulle strade
ghiacciate per sfuggire al possibile tiro dei cecchini e mi dice a
un certo punto indicando un bar: L, tre giorni fa,  entrata una
banda di malfattori e ha derubato tutti di tutto, c'erano anche
dei giornalisti stranieri. Fa una pausa, mi guarda, conclude:
come a Palermo. Ho interpretato il messaggio un po' avvelenato
di questa frase nel senso: tieni le penne basse, amico, non
pensare di venire da un paese molto diverso da questo.
In questa simulazione di normalit, in questo misero orgoglio, c'
una parte della risposta, certo non tutta. Un'altra parte pu
nascondersi nel relativo equilibrio delle reciproche atrocit. I
cetnici, cio i combattenti di parte serba che assediano Sarajevo,
hanno tra le loro file la banda di Arkan, vale a dire un sadico
assassino che capeggia un manipolo di saccheggiatori
professionisti e di killer della malavita di Belgrado. A queste
milizie che non conoscono nessuna delle regole insegnate nelle
scuole di guerra, vanno addebitati buona parte delle ruberie,
delle torture (evirazione, mutilazioni, accecamento con le
baionette) e degli stupri etnici: si violentano ripetutamente le
donne per ingravidarle e porle cos di fronte al doppio ricatto o
di abortire o di mettere al mondo un cetnico.
Ma nemmeno dall'altra parte, da parte bosniaco-musulmana, ci si
sforza troppo per comportarsi diciamo da ufficiali e
gentiluomini. Anche la banda del musulmano Paraga  fatta di
assassini e di stupratori. Sono stati loro ad assassinare a freddo
tre italiani, tra i quali Guido Puletti, che erano andati in
Bosnia in missione umanitaria con un carico di cibo e di
medicine. Paraga voleva impadronirsi del carico e avrebbe potuto
farlo tranquillamente. Chi non cederebbe al volo un camion di cibo
in cambio della vita? Ma le vittime avevano visto in faccia i loro
aggressori e non potevano uscire vive dall'agguato.
Il presidente bosniaco musulmano Alija Izetbegovic aveva promesso
di consegnare gli assassini di Paraga alla giustizia. Non solo non
l'ha fatto ma Paraga  diventato una specie di eroe della
resistenza bosniaca. E forse, proprio questo  il motivo per cui
adesso Izetbegovic non pu pi permettersi di consegnare niente a
nessuno.
A quella risposta, fatta di tante tessere, si pu aggiungere un
terzo elemento: la complicazione, l'intrico geografico, delle
rivendicazioni territoriali. Nella guerra del Golfo o in Vietnam
tutto era molto semplice da questo punto di vista. Esistevano
territori ben identificati, il Sud e il Nord, il Kuwait e l'Iraq,
che permettevano a ognuno di orientarsi e, volendo, di scendere in
piazza con bei cartelli e slogan appropriati. Nella ex Iugoslavia,
dopo quasi due anni di guerra, l'opinione del mondo non ha ancora
capito nemmeno quali sono le parti in causa n i motivi della
carneficina.
I bosniaci combattono da una parte contro i serbi, dall'altra
contro i croati. Ma questa  una guerra nella quale nessuno 
alleato di nessuno e tutti combattono contro tutti, per
conquistare porzioni di territorio grandi come una provincia,
certe volte come un comune, per di pi incastrate una dentro
l'altra a pelle di leopardo, in un groviglio inestricabile per
spiegare il quale bisogna pensare a un odio vecchio di molti anni,
non certo a ragioni militari o di potere.
E' possibile chiarire un intrico del genere in televisione? Non 
possibile. Le possibilit d'analisi della tv non arrivano a tanto
e se non lo dice la tv la gente non si muove. Purtroppo la civilt
della tv vuole divisioni nette, pretende che le squadre in campo
siano al massimo due e che indossino maglie riconoscibili: se sono
i blu contro i rossi tanto meglio.
Queste sono alcune delle ragioni. Sullo sfondo per la verit c'
anche altro: gli interessi delle potenze europee che vedono nei
Balcani una futura possibilit per i loro mercati, gli interessi
musulmani, sciiti in particolare [gli sciiti sono musulmani che,
distaccandosi dalla ortodossia sunnita, non riconoscono l'autorit
della Sunna, ossia l'insieme delle consuetudini ricavabili dal
Corano e dalla vita di Maometto; minoritari nel mondo islamico,
sono la maggioranza in Iran], di piazzare una testa di ponte alle
frontiere dell'Europa. E' tutto vero. Ma se si vuole andare subito
al cuore del problema, diciamo che la ragione profonda
dell'indifferenza sta nel fatto che tra le tante possibili
trappole, i combattenti dei Balcani sono caduti in quella
peggiore: stanno facendo una guerra pretelevisiva, la gente li
guarda, non capisce che vogliono, si volta dall'altra parte.
